venerdì 6 ottobre 2017

Il profilo twitter di Yoko Ono, la vedova di John Lennon, è accattivante, pieno dei suoi disegni, di foto, di canzoni di John, aggiornato con una frequenza che mi suscita una bonaria invidia. Sarebbe bello essere così mediaticamente esuberante, così varia e colorita. Eppure, fra le frasi di Yoko, qualche giorno fa è comparsa questa:


"Heaven is what we create together on Earth*."

*il paradiso è quello che creiamo insieme sulla terra


seguito da una pioggia di like, cuoricini e una marea di commenti, in massima parte entusiastici. Post come questi mi disturbano. Mi fanno venire voglia di visitare una cattedrale gotica, di adottare un olivo, di fare qualcosa di durevole che mi ricordi - caso mai ce ne fosse bisogno - che siamo piccoli, piccolissimi, poco più che granelli di sabbia, creature fragili che tirano avanti alla meglio, figuriamoci se possiamo pensare di creare il paradiso sulla terra, con le nostre mani, le nostre teste e i nostri passi malfermi. 

Perché un paradiso fatto così non potrebbe che riflettere i nostri limiti e le nostre debolezze, mentre abbiamo dentro di noi un anelito di infinito  che ci può salvare, un desiderio di tendere all'eterno. Certo, questo desiderio deve fare i conti con i limitati mezzi di cui disponiamo per realizzarlo, però è dentro di noi, e in certi momenti, quando tutto il resto sembra perso, è ciò che ci dà la forza di alzarci ogni giorno e di continuare a lottare, prima di tutto contro noi stessi. 

Risultati immagini per stark delicious
Possiamo spendere una vita intera per cercare di perfezionare questa ricerca del Bene, questo desiderio di infinito, questo sogno del paradiso perduto che sempre ci accompagna, almeno da quando Eva barattò tutto l’eden per una sola mela stark delicious (vabbè che la frutta biologica costa una fortuna). Pensare che sia tutto qui, che non ci sia nulla che ci trascende, nulla a cui tendere, che il massimo sia quello che possiamo costruire noi sulla terra, è una prospettiva così limitante da mettere addosso tristezza e disperazione sconfinata anche al più ottimista del mondo. 

Mi spiace, Yoko, mi sei anche simpatica, ma come diceva la pubblicità di una banca qualche tempo fa, il mio paradiso è differente.

venerdì 29 settembre 2017

Il triste mercato della maternità moderna - Convegno di bioetica a Milano

Il convegno cominciava alle tre, e alle 2 e trentadue stavo ancora cercando parcheggio. Scarpe col tacco nella borsa, sostituite dalle ballerine da combattimento, poi cinque fermate di metropolitana e la solita corsa a perdifiato fino alla Biblioteca Ambrosiana, in una Milano insolitamente calda ed assolata per un pomeriggio di fine settembre. Sono arrivata trafelatissima e ovviamente in ritardo di quindici minuti, come al solito. Per fortuna il Santo protettore delle ritardatarie croniche mi protegge costantemente, e per quanto fossi praticamente l'ultima, il convegno non era ancora cominciato ed io ho trovato posto addirittura in seconda fila.




I relatori rappresentavano una pluralità di punti di vista: medico, politico, economico, religioso, fornendo informazioni e spunti di riflessione sul mondo, quello della fecondazione assistita, con tutte le sue implicazioni bioetiche, moderatrice del dibattito Laura Gotti Tedeschi, in evidente attesa: mi è sembrato di ottimo auspicio. 


Josephine Quintavalle – Fondatrice e direttrice di CORE, l’associazione inglese che da anni promuove il dibattito su questi temi di bioetica, ha rivelato che l'opinione pubblica, ed in particolare le donne, hanno poche informazioni e confuse sul tema della fertilità,  e dello sfruttamento di mamme e bambini già in atto. La fecondazione assistita in certi paesi permette atrocità come la produzione di figli su ordinazione, nuove forme di schiavitù ai danni di donne giovani, prive di tutele legislative ed economicamente svantaggiate, usate come produttrici di ovuli, embrioni, e come incubatrici di figli destinati ad altri: genitori single, al di fuori dei limiti anagrafici o biologici per diventarlo, non in grado di offrire al figlio una vita normale.

Il prof Bruno Monegazza, ginecologo e ricercatore, ha infatti condiviso una recente indagine, che mostra che solo il 33% delle donne adulte sanno realmente come funziona la fisiologia della riproduzione, percentuale che scende al 13% fra le giovanissime. Meno conoscenza equivale a impossibilità di fare scelte consapevoli. Anche le informazioni sulla reale azione farmacologica delle pillole post coitali (pillola del giorno dopo e dei cinque giorni dopo) sono ambigue: ufficialmente indicate come inibitrici della ovulazione, hanno in realtà azione abortiva, impedendo la sopravvivenza dell'embrione. Meno ancora si sa su ciò che avviene con la fecondazione assistita. L'ovaio è stimolato a produrre moti ovociti, che fecondati daranno origine a molti embrioni. Non tutti gli embrioni diventeranno bambini: gli embrioni in eccesso vengono congelati, procedimento a cui uno su quattro non sopravvive. Quelli destinati all’impianto nel grembo della mamma sono sottoposti a diagnosi genetica: se a rischio di sviluppare patologie come il cancro al seno e all'intestino vengono distrutti, sebbene la predisposizione genetica non implichi necessariamente lo sviluppo del cancro. 

In base a questa pratica, Angelina Jolie non sarebbe mai dovuta nascere! (lo so cosa state pensando: che allora Brad Pitt sarebbe libero, ma comunque non riusciremmo a raggiungerlo: Ryan air è sull'orlo del fallimento)



Senza una adeguata cornice legislativa e presa di coscienza civile, i bambini di domani potrebbero avere tre o quattro genitori, anche dello stesso sesso, essere stati selezionati in base al sesso o altre caratteristiche genetiche, essere sopravvissuti all'aborto selettivo, in nome di quello che Ettore Gotti Tedeschi ha definito il "bio-diritto", ovvero il prevalere di norme ed orientamenti di enti e governi internazionali (OMS, ONU) sulle questioni bioetiche. Secondo Gotti Tedeschi in occidente prolifera una cultura anti-uomo: una distorta interpretazione ambientalista e neo-malthusiana, che vede nel genere umano il nemico della natura, preoccupata che la crescita demografica umana minacci l’equilibrio del pianeta. La conseguenza di questi condizionamenti ha portato al calo demografico dei paesi occidentali, che porta al paradosso moderno del sesso senza procreazione, e della procreazione senza sesso

Eugenia Roccella ha spiegato che la politica non riesce a invertire la tendenza alla denatalità, nemmeno in paesi come la Francia e la Germania, che hanno politiche di welfare molto decise per sostenere le famiglie. Si è indebolito il desiderio di maternità, privato del suo valore sociale, e l’identità di genere, con uomini che hanno perso la dimensione della protezione, e donne quella della cura. 

Mons. Luigi Negri – Arcivescovo di Ferrara-Comacchio ha chiuso il dibattito, ricordando a tutti che l’antropologia cristiana si basa sulla gratuità, sul dono della vita, che non è un bene di consumo o un oggetto di trattativa. L’Arcivescovo ha ribadito la necessità del recupero del ruolo dell’uomo come “padrone del creato” come ricordato nell’Evangelium vitae.

lunedì 18 settembre 2017

I super-genitori e l'anti-famiglia



Tutte le sere percorro in macchina più o meno la stessa strada, una lunga teoria di code al semaforo su una strada quasi in rettilineo. La faccio col pilota automatico, e intanto inseguo pensierini serali: se ho ancora una scatoletta di tonno, per cena stasera faccio la pasta, Celeste deve ripassare i verbi francesi per il test d’ingresso, devo ricordarmi di comprare il detersivo per il bucato. Mentre spunto la mia lista quotidiana di incastri esistenziali, la radio passa uno spot che per un attimo mi folgora. È la pubblicità di Fastweb e Sky per la nuova fibra, in cui una “super -mamma” torna a casa la sera e trova una figlia intenta a chattare, un figlio che fa i videogiochi e un super-marito che si dedica al calcio televisivo. La super-mamma non batte ciglio, anzi, con la massima disinvoltura annuncia che allora sarà libera di ritagliarsi uno spazio tutto per sé, guardando un film.
Intendiamoci: il mio sogno erotico più inconfessabile è indossare il mio miglior pigiama, stendermi languidamente sul divano e guardare film melensi, divorando cibo spazzatura e semplicemente dimenticandomi di avere figli, marito, cena da preparare, compiti da correggere e lavastoviglie da caricare o scaricare. Ci tengo a dirlo per non passare da moralista ipocrita: chi di voi mamme non ha mai sognato una serata così, scagli il primo anatema.
E confesso di aver trasmesso a ripetizione il CD degli Incredibili, appena ho capito che mi permetteva di sdoganare la “serata avanzi” facendola passare per una cena da super-eroi. Lo so che noi mamme siamo indaffaratissime, che in un solo pomeriggio possiamo riuscire ad incastrare anche tre o quattro impegni, a patto di non badare a sottigliezze superflue come la puntualità, o il trovare un parcheggio che non sia in divieto. E lo so che ci venderemmo un pezzo di fegato, per quanto ormai non più in così buone condizioni, per avere un po’ di tempo libero. Ma quella descritta dalla pubblicità è un’anti-famiglia, un luogo in cui convivono persone che sembrano avere in comune solo la prossimità fisica, troppo impegnate a farsi ciascuno i fatti propri per riconoscere il bisogno di stare coi propri cari, di ritrovarsi insieme dopo una giornata di studio o di lavoro, di condividere le loro vite. Non mi meraviglio che la pubblicità dipinga questa anti-famiglia e la beatifichi: è un cliente dai multiformi bisogni, a cui vendere a caro prezzo una marea di servizi, affamata di isolamento e relax e desiderosa di fuggire dalle responsabilità e dalle fatiche della vita quotidiana.
Il Papa ha sempre ragione, specie quando dice:
i legami coniugali e familiari sono in molti modi messi alla prova. L’affermarsi di una cultura che esalta l’individualismo narcisista, una concezione della libertà sganciata dalla responsabilità per l’altro (1)
I “super” genitori, nella pubblicità come nella vita reale, sembrano sin troppo ansiosi di derogare al loro ruolo di educatori e di presenze vigili, e preferiscono attività gratificanti e solitarie, lasciando allegramente i figli privi di qualunque guida, in balia di baby sitter “digitali” divertenti ed anaffettive. Ed è in questo prefisso “super” che sta il grande malinteso di tante famiglie di oggi: l’idea che fare tanto sia di per sé un valore, che si compensi la mancanza di qualità con la quantità di cose affrontate nel corso della giornata, che questo essere indaffarati ci permetta di auto-assolverci, perché tanto, “più di così” cosa volevi fare? La ricetta per mamme “non super” in due mosse facili e veloci dovrebbe essere separare ciò che è veramente buono ed utile per la famiglia dal rumore di fondo. E lo so che in linea di principio tutto quello che facciamo ci sembra indispensabile, anzi, se potessimo, avremmo una lista di cose bella lunga da aggiungere alle fatiche quotidiane, dobbiamo però fare questo fondamentale esercizio di auto-disciplina. In tutto questo agitarsi perdiamo il nostro scopo, che è trasmettere ai nostri figli dei valori, non per sms o installandogli qualche magica app nel cervello, sebbene un’app per riordinare le camerette senza fatica, se esistesse, l’accoglierei subito e volentieri. I figli dobbiamo educarli alla vecchia maniera: parlando con loro e dando loro l’esempio, dribblando i capricci, riuscendo con fatica a farsi ascoltare e, se sono adolescenti verbosi, affrontando la loro dialettica e i loro neuroni giovani e scoppiettanti.
Questo metodo, anche se vintage, rimane sempre attuale e intramontabile, più o meno come le décolleté di vernice e il girocollo di perle.
E’ inutile prendersela coi massimi sistemi, coi governi e coi progetti culturali e sociologici che non promuovono la famiglia, se noi per primi non riusciamo a mettere da parte la nostra comodità e spenderci per i figli, e anche per il marito e la moglie. Per educare i figli dobbiamo prima di tutto educare noi stessi.
Per essere mamme davvero “super” facciamo meno. E facciamolo meglio.
 1 http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/10/28/news/rivoluzione-si-ma-intanto-francesco-condanna-le-ideologie-anti-famiglia-105930/

mercoledì 6 settembre 2017

NUDI&CRUDI?

Ecco il triste bottino di un tardo pomeriggio in Corso Buenos Aires a Milano. Ero di ritorno da una conferenza e tutti o quasi i negozi, qualunque fosse il tipo di articoli venduti, esponeva cartelloni con donne poco vestite, talvolta in pose ammiccanti o ambigue. Armata di telefono ho fotografato vetrine, mi sono intrufolata nei negozi, ho aggirato la diffidenza delle commesse fingendomi straniera (nù vol-au-vent savuar...) ed et voilà... le donne della pubblicità stanno nude e crude davanti all'obiettivo, come quarti di bue e cosce di pollo dietro al banco frigo dei supermercati.

Ed ecco, avete visto che belle scarpe? Come sarebbe "quali scarpe?"



Senza la mia collana mi sento nuda... senza il reggiseno no!


"l'accappatoio che acchiappa..."


Trova l'errore. O la barretta. O tutti e due!


ma se il nudo è integrale, il profumo è bio?


 Una immagine calzante?


 Masha e Orso versione hard core?


E lo so che qualcuno potrebbe pensare che la mia sia solo invidia, perché un fisico da cartellone pubblicitario io non lo ho. Lo ammetto senza difficoltà: pancia piatta e vita stretta sono caratteristiche così lontane nel tempo che neanche me ne ricordo, dopo tre gravidanze e l'avanzata implacabile della mezza età, ma di qui ad invidiare le testimonial...

L'eclisse del pudore è tutt'altro che un neutro segno dei tempi. Al contrario è una perdita grave perchè il pudore:
                      "È una difesa naturale della persona che protegge la
                        propria interiorità ed evita di trasformarsi in un
                        puro oggetto.(1)"

Il corpo, nudo e crudo, viene associato ad un bene di consumo, quasi che fosse anch'esso un prodotto, senza alcun pudore, senza alcuna discrezione, come fosse un pezzo di carne privo di umanità, di anima, di valore, come non fosse parte di una persona, ma solo un involucro, un oggetto materiale di piacevole aspetto, che si può desiderare di possedere, come il profumo, le scarpe o i vestiti a cui lo si accosta, necessario per soddisfare un proprio bisogno, o magari solo un capriccio.

Non importa che le immagini siano patinate, bellissime e glamorous, firmate magari da fotografi o agenzie famose, la questione non è estetica, ma etica. Questa oggettivazione è pericolosa perchè svaluta la potenzialità enorme delle donne, e riduce la femminilità al solo aspetto superficiale, esteriore e contingente:

"La donna è diventata solo una merce che si può comperare, consumare per poi liberarsene come un qualsiasi oggetto “usa e getta”. Troppo spesso è considerata solo per la bellezza e  l’aspetto esteriore del suo corpo e non invece per la ricchezza dei suoi valori veri di intelligenza e di bellezza interiore per la sua capacità di accoglienza, intuizione, donazione e servizio, per la sua genialità nel trasmettere l’amore, la pace e l’armonia, nonché nel dare e far crescere la vita. (2)"

come madre di tre figlie non posso che esserne preoccupata, ma sarei altrettanto preoccupata anche se avessi dei figli maschi. Perchè questa deriva materialista e consumistica del rapporto fra i sessi, danneggia il rapporto d'amore che unisce uomo e donna e li completa (3).

In questo contesto la sessualità:
"cessa di essere via di intima comunione tra l'uomo e la donna e deborda dal proprio ambito naturale, dilaga ovunque appiattendosi nelle sue espressioni materiali, volgarizzate dall'esplosione dell'erotismo nei media. Di qui (...) lo sviluppo di una sessualità "di consumo" (...), riducendo tutto ad una prestazione produttivistico-consumistica utile ad incrementare il mercato del sesso. (4)"

Mi piacerebbe che le pubblicità di scarpe mostrassero le scarpe, che quelle di gioielli mostrassero gioielli e quelle dei profumi delle bottiglie di vetro. Non sempre e solo donne nude e disponibili.

(1) F Bergoglio Amoris laetitia 282
(2) http://www.famigliacristiana.it/blogpost/la-donna-nei-mezzi-di-informazione.aspx
(3) https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1995/documents/hf_jp-ii_let_29061995_women.html
(4) https://www.cittanuova.it/cn-download/10872/10873

giovedì 31 agosto 2017

Facciamo una croce sopra al razzismo




La notizia risale alla fine di agosto:  Lidl, nota catena di super mercati low cost ha cancellato con photoshop la croce dalle cupole delle chiese greche ritratte sulle confezioni  di alcuni suoi prodotti. I giorni passano, ma l’idea non mi va proprio giù. Allora, secondo la massima in base a cui:
“se proprio non potete far a meno di farvi venire il mal di fegato, almeno sfogatevi scrivendo. Non so se serve, ma male non fa (1)”  
ho deciso finalmente di esprimere il mio disagio per iscritto.
Cosa può spingere un’azienda a compiere un atto così demenziale?  
Forse un manager del marketing & comunicazione una mattina si è svegliato e ha improvvisamente realizzato che sulla sommità delle chiese cristiane c’è la croce. Avrà pensato che anche qualcuno dei clienti non cristiani potesse  scoprire la sconvolgente novità, stupore comprensibile, in fondo sono passati solo diciassette secoli da quando Costantino  rese il culto cristiano libero. Il cliente non cristiano, offeso, scioccato o indignato, avrebbe potuto decidere di non comprare più i prodotti greci di marca Eridanous, ammesso che li avesse mai acquistati prima. Una vera tragedia per l’umanità e per le casse di Lidl, un colosso da 86 miliardi di euro all’anno, con oltre 300.000 dipendenti e 10.000 punti vendita (2), che non può proprio permettersi di perdere la vendita di qualche confezione di feta o di yogurt Eridanous.
Come scongiurare la catastrofe?
Il brillante comunicatore ha avuto allora l’intuizione di cancellare la croce incriminata a colpi di photoshop. Praticamente un genio.
La trovata ha mandato su tutte le furie un buon numero di clienti, persone comuni magari nemmeno particolarmente incazzuse, che non avevano niente contro la catena di supermercati, anzi, ci andavano spesso, mentre adesso minacciano di non metterci più piede. Belgi, inglesi, greci, cattolici, ortodossi, laici, sacerdoti hanno manifestato la loro disapprovazione commentando la pagina facebook della catena di supermercati. L’iconoclastia della Lidl è stata il potente catalizzatore di un dissenso così trasversale, che a volerlo creare a tavolino non ci si sarebbe riusciti. Forse il comunicatore della Lidl potrebbe darsi alla politica: non c’è partito che non vorrebbe vederlo assunto dai propri avversari. Per sabotarli.
La Lidl  giustifica l’azione sulla base di una pretesa “neutralità religiosa” (3) ed aggiunge che la decisione è motivata dal non voler "offendere altre religioni" (4)

Peccato per Lidl che la rete non perdona, e soprattutto non dimentica. Alcuni utenti hanno pubblicato su Facebook delle foto in cui il noto discount reclamizzava il proprio assortimento di prodotti per il ramadan:


e la foto di una confezione di cibo pronto che contiene il logo di una moschea.


L’alibi della neutralità religiosa si è miseramente sgretolato.
Come commentare la decisione di non offendere altre religioni?
Umberto Eco, paludato studioso di semiotica celatosi per anni sotto le mentite spoglie di un oscuro autore di best seller, ha scritto che la croce è emblema,
la croce sta per cristianesimo (5).
La croce sulla sommità di una chiesa non è un orpello, un particolare decorativo pleonastico, ma è elemento essenziale della sua identità. La croce è quella caratteristica peculiare che connota una chiesa come tale, e la distingue a colpo d’occhio da una casa, da una scuola, da un qualunque edificio pubblico o privato. E, soprattutto, la croce è un elemento simbolico che rappresenta l’appartenenza ad una comunità, l’aderenza ad un sistema di valori, la fede in una rivelazione. La croce è parte inscindibile della identità dei cristiani.
Ad essere un minimo in buona fede si comprende quanto sia discriminatoria e razzista l’idea che qualcuno potrebbe sentirsi offeso dalla sola esistenza di una comunità religiosa in cui non si riconosce.
L’Oxford dictionary, mica la settimana enigmistica, definisce il razzismo come:
Pregiudizio, discriminazione, o antagonismo diretto verso qualcuno di un’altra razza, basato sulla convinzione che la propria razza sia superiore (6)
Al posto di razza, metteteci religione.
La cattiva notizia per tutti, laici e credenti di altre fedi compresi, è che se accettiamo il principio che ci siano identità che vanno cancellate per non offenderne altre, stiamo di fatto legittimando un’azione razzista, e non vale come attenuante  il fatto che il discriminato non ci è simpatico, o abbraccia ideali e valori diversi dai nostri.
Vi risulta più chiaro?
Decidere di contrastare questo atteggiamento discriminatorio è un atto di civiltà che non ha nulla di specificamente apologetico della religione cristiana. Oggi la differenza che offende e va eliminata è l’identità cristiana, domani potrebbe essere la razza, l’orientamento sessuale, la minoranza etnica di appartenenza.
Cosa accadrebbe se la stessa catena di supermercati, per aumentare le vendite di una certa marca di latte di soia, decidesse di modificare l’immagine della donna asiatica ritratta sulla confezione, ridisegnando la forma dei suoi lineamenti,   per non offendere le consumatrici di altre razze, in nome della neutralità “razziale”?
E cosa penseremmo se ad una premiazione alle paralimpiadi, qualche giornale ricostruisse con photoshop gli arti mancanti degli atleti, per cancellare le loro differenze rispetto agli altri, in modo che non possano essere considerate offensive verso i così detti normo-dotati?
E come ci sentiremmo se al prossimo mondiale di calcio si decidesse di procedere alle premiazioni dei vincitori senza suonare il loro inno nazionale e vietando l’esposizione delle bandiere, per “non offendere atleti o squadre di altre nazioni?”
L’occidente moderno non si è forse battuto e non continua a battersi per accettare il diverso e l’altro da sé? Non ci siamo forse sempre detti che la diversità è ricchezza, va protetta e rispettata? Ritenere le differenze un problema da eliminare, non è forse la radice più profonda ed autentica del razzismo?
In Italia l’episodio è stato accolto con indifferenza dai media. Non una parola di condanna o di analisi dai super-opinionisti di costume e comunicazione, quei signori molto intellettuali i cui millemila follower sono pronti a scatenare uno tsunami di likead ogni sbadiglio dei loro guru.
Spesso, quando si attaccano i cristiani, i laici alzano le spalle: perché dovrebbe essere affar loro che si cancellino le croci dalle cupole delle chiese?  Già tempo addietro René Guitton scriveva che siamo di fronte ad una
svalutazione implicita e sistematica del cristianesimo, incoraggiata da un laicismo ottuso e aggressivo che si manifesta nel modo in cui i media trattano le vicende che riguardano i cristiani (7).
Qualcuno dovrebbe rivelare a questo esercito di illuminati comunicatori e alla loro claque virtuale, che gli sfugge l’elemento chiave della faccenda: cancellare le croci da una chiesa è un puro e semplice atto di razzismo, che con la religione c’entra, ma fino ad un certo punto. Laici, atei, persino gli anticlericali dovrebbero energicamente protestare contro questa idiosincrasia ideologica verso le differenze, non gli chiediamo mica combattere contro una cristianofobia
multiforme che si nutre di motivazioni tra loro assai diverse (8)
figurarsi, a quella ci pensiamo noi credenti, che comunque ormai ci abbiamo fatto il callo.

Gli indifferenti al cristianesimo dovrebbero riflettere sul fatto che, oltre a rappresentare un elemento fondamentale e connotativo dell’identità dei cristiani, la croce ha una valenza culturale di natura più generale. Nessun laico, se in buona fede, lo può negare. Una riflessione intellettualmente onesta convergerebbe con posizioni espresse da laici in tempi non sospetti.
Umberto Eco, nel 2009, scriveva infatti:

Che dire ai non cristiani che ormai abitano in modo consistente l'Europa? Che esistono a questo mondo degli usi e costumi, più radicati delle fedi o delle rivolte contro ogni fede, e gli usi e costumi vanno rispettati. Per questo se visito una moschea mi tolgo le scarpe, altrimenti non ci vado. Per questo una visitatrice atea è tenuta, se visita una chiesa cristiana, a non esibire abiti provocanti, altrimenti si limiti a visitare i musei.
La croce è un fatto di antropologia culturale, il suo profilo è radicato nella sensibilità comune. Chi emigra da noi deve anche familiarizzarsi con questi aspetti della sensibilità comune del paese ospite (9)
Per misurare la fondatezza di questa analisi, è sufficiente consultare un dizionario della lingua italiana. L’espressione “croce e delizia” indica la duplicità di piacevolezza e difficoltà di una situazione. “Mettere in croce” significa tormentare qualcuno. “Avere la propria croce” significa dover affrontare un problema o una situazione dolorosa. Tirare “testa o croce” significa affidarsi alla casualità. L’utilizzo di questi modi di dire è frequente fra la gente comune, ma non presuppone necessariamente l’aderenza alla fede cristiana. La Croce Rossa non cura solo malati di fede cristiana, e le bandiere di Grecia, Svizzera, Inghilterra, Olanda, Svezia, Norvegia contengono la croce, benché non vi sia alcun obbligo, per i loro cittadini, di aderire al cristianesimo.
Duemila anni di storia, di tradizione, di cultura, di modi di dire e di sentire non possono essere rimossi a colpi di photoshop.
Difendere l’esistenza della croce da una cancellazione reale o metaforica è un modo per salvaguardare la nostra identità, persino quella di chi non crede, da una finta neutralità che non è modernità, tolleranza o apertura, ma solo è povertà di spirito, perché, come disse il Cardinale Biffi:
Va d'accordo con tutte le idee solo chi non ne ha di proprie (10).

Bibliografia
(1) A Gnocchi M Palmaro Io speriamo che resto cattolico Piemme
(2) C https://en.wikipedia.org/wiki/Lidl
(4) http://www.thecsf.org/2017/09/05/grocery-store-lidl-draws-flak-for-removing-crosses-from-greek-food-packaging/
(5) Umberto Eco Semiotica e filosofia del linguaggio, Einaudi
(7)  René Guitton Cristianofobia Lindau
(8) René Guitton op cit
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giovedì 3 agosto 2017

Letture estive

Cominciano (quasi) le vacanze, i ritmi rallentano, e fra i miei buoni propositi c'è: leggere, leggere e leggere! E ho scoperto con gioia questo titolo, poco noto ed edito da una casa editrice piccola, uno di quei libri che bisogna ordinare giorni prima e aspettare con pazienza.
Davvero un libricino di poche pagine, così leggero che se lo metti in borsa rischi di dimenticarne l'esistenza.
L'autrice, Christiane Singer, parla di amore, di storie della sua famiglia, della fatica e della gioia di sposarsi, e restare insieme una vita. Per metà saggio e per metà poesia, la Singer ha uno stile lirico e al tempo stesso la capacità di scrivere frasi lapidarie, quasi contundenti nella loro categoricità.


 
ecco alcune delle mie frasi preferite:

"la vera avventura della vita non è quella di fuggire l'impegno ma di osarlo"
"la libertà vive della potenza dei limiti"
"troppo a lungo praticato, il disimpegno rende leggeri, sempre più leggeri, inconsistenti"
"questo è ciò che rende il matrimonio così forte ed indistruttibile: unire un uomo e una donna attorno ad un progetto"
"il matrimonio è un contratto di lealtà"

domenica 2 ottobre 2016

Ieri sera mi sono imbattuta in questo articolo, ri-postato da un'amica su un social. Ovviamente non è una breaking news (io non riesco mai ad arrivare sulle notizie in tempo reale), ma un articolo così colpirebbe e farebbe riflettere anche a distanza di anni

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/29/marina-abramovic-ha-ragione-i-figli-sono-un-freno-alla-carriera/2940895/

Questa Abramovich, che io non conosco (come non conosco un mucchio di attrici, stiliste, cantanti e personaggi pubblici, semplicemente, se non girano pubblicità su creme anti acne adolescenziale o seggiolini auto, io non sono nel loro target), ha dichiarato  l'aborto dei suoi tre figli indispensabile alla sua carriera artistica. Non entro nel merito delle scelte di questa signora (non oggi, che il Vangelo di Luca dice di non giudicare) però mi chiedo  come si possa sacrificare una cosa così grande come la vita dei propri figli per una cosa così piccola e contingente come una professione, per quanto appassionante.

E non mi piacciono le strumentalizzazioni dell'articolo, questo dipingere sempre l'aborto come una scelta obbligata, un gesto indispensabile alla sopravvivenza, alla felicità individuale, alla propria irrinunciabile realizzazione, e in quanto tale neutro, privo di connotazioni etiche, lasciato all'arbitrio del singolo e persino ai futili motivi, anzi, al limite anche soggettivamente buono, secondo l'imperativo categorico che, se una cosa ti fa star bene, allora è giusta.


Una volta questo si chiamava egoismo: voler andare per la propria strada, senza rinunciare mai a nulla, tempo, energie, opportunità, e senza progetti coraggiosi a lungo termine, senza la gioia e la ricchezza di donare ad altri, di avere uno scopo al di fuori di sè, uno scopo che ci trascenda.

E da madre che lavora mi chiedo: davvero la maternità toglie così tanto?
Forse bisognerebbe chiederlo a Marie Curie, a cui un matrimonio felice e due figlie non impedirono di essere premiata con ben due Nobel, uno per la fisica e uno per la chimica. O a Mary Shelley o ad Elizabeth Browning, che sono state scrittrici e poetesse di talento, e mamme.

In fondo anche Meryl Streep, quattro figli e tre oscar, potrebbe provare che la maternità non sia poi così deleteria per la realizzazione professionale di una donna. E in fondo, noi comuni normali non dobbiamo nemmeno vincere un Oscar o un Nobel, o entrare in un'antologia del liceo. Il più delle volte dobbiamo fare cose molto più semplici.

In questi quindici anni di maternità, ho perso molte ore di sonno, un incalcolabile numero di inaugurazioni ed eventi della Milano da bere, forse promozioni professionali e magari qualche bonus (non certo da capogiro). In compenso ho avuto meravigliosi lavoretti per la festa della mamma, sbaciucchiamenti carichi di muco e saliva, e un senso di appagamento e di felicità che nessun'altra esperienza della vita ha saputo darmi, almeno finora, nei miei primi quarant'anni (e rotti).

Quello a cui ho rinunciato mi è stato restituito più grande, più bello e più emozionante, e i no che ho detto sono stati ben poca cosa, di fronte ai sì.

Non credo avrei potuto vincere un Nobel, anche se non lo sapremo mai (facciamo finta di aver il dubbio), ma la vita mi ha dato molto di più. Mi ha dato la possibilità di essere un mezzo per la felicità di altri, mi ha dato un fine più alto che guardarmi l'ombelico, mi dà la certezza che, se anche di qui all'ultimo giorno della mia vita non dovessi farne più una giusta (cosa abbastanza probabile) la mia vita avrà comunque avuto valore, avrà lasciato qualcosa, avrà prodotto un risultato che mi sopravvive.

Fra quarant'anni nemmeno le pareti del mio ufficio si ricorderanno delle ore (moltissime) che ho passato lì. Ma forse le mie figlie si ricorderanno ancora di me.