martedì 19 dicembre 2017

pareva salvezza, e invece era un biscotto


Per celebrare la Natività Twitter si affida niente di meno che all'omino pan di zenzero. Se Gesù Bambino nasce per salvarci l'anima, l'eroico biscotto ci salverà la merenda.


Si avvicina Natale. Una delle feste più significative della cristianità, assai più importante di San Valentino dell'otto marzo e della festa del papà e della mamma, senza nulla togliere a innamorati, donne e genitori. 
Cosa fa Twitter per celebrare l'evento? 
Decide di dare un segno grafico - non per niente siamo la cultura dell'immagine - che racchiuda in sé il profondo significato di questa festa.

E cosa sceglie? Sceglie niente meno che... l’omino pan di zenzero

Non sapete chi è? Poco male, perché prima della brillante trovata di Twitter l’omino pan di zenzero da noi non se lo filava proprio nessuno. 

E dire che di candidati iconografici per il Natale ce ne sarebbero stati diversi. Si sarebbe potuto scegliere Gesù bambino, la Sacra Famiglia, la grotta della natività o al limite persino la stella cometa, ma si sarebbe trattato di simboli troppo evocativi, in una società sempre più confusa e priva di direzione, che ha paura anche solo di nominare il mistero, visto che crede solo a ciò che tocca, vede e consuma.

I bene informati rivelano che l'omino pan di zenzero sia un personaggio della mitologia urbana anglosassone: è un biscotto allo zenzero, una cosa commestibile a metà fra l’aroma strudel e il sentore di tarmicida bio. 

A volergli dare dei natali più nobili (letteralmente) si scopre che secondo una leggenda metropolitana di fine ottocento l'omino pan di zenzero fu preparato da un'anziana coppia che non poteva avere figli, e che si consolò impastando un biscotto e dandogli una forma umana.

ora, riflettiamoci per un istante. 

Una coppia di anzianotti si accorge di non poter avere figli, perché è tardi. Magari erano troppo impegnati a far carriera, magari erano così presi dal fatto di divertirsi che hanno smarrito l'orologio biologico. Va' a sapere. 

Come molte coppie di oggi, i due si accorgono improvvisamente in età matura di non essere diventati genitori e lo rimpiangono ora che è troppo tardi. Allora fanno una delle tante cose insensate che vediamo fare tanti nostri contemporanei, tardivamente affamati di genitorialità: impastano un biscotto e gli danno la forma di un uomo.


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Questa parodia della Sacra famiglia in versione moderna, con il suo "bambinello" vorrei-ma-non-posso-più è una centrata metafora del vuoto che ci circonda, in cui questa natività "surrogata", contro logica e contro natura, fa da contro altare alla maternità surrogata di cui tanto si parla.

L'omino pan di zenzero è un simbolo insulso, adatto ad una società spiritualmente debole che tenta di smitizzare la Natività, il Dio che si è fatto uomo, che si è incarnato per salvarci, per stabilire una nuova ed eterna alleanza, per sconfiggere il peccato originale.



L’omino pan di zenzero è il feticcio perfetto: antropomorfo, consumablealla portata di tutte le menti, che non fa sfigurare nemmeno l’essere umano più misero. In fondo, non è niente più che un biscotto.

sabato 28 ottobre 2017

La mamma è sempre in servizio

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Cronaca di una giornata di ordinaria follia: figlia n 3 è caduta con lo skateboard, facendo lo slalom fra il divano e l'armadio, le avrai detto mille miliardi di volte di non usarlo in casa, e tu ti trattieni a fatica dal romperle quello che le è rimasto di sano.

Qualcuna delle tue figlie - nemmeno Scotland Yard riuscirebbe a scoprire quale - ha lasciato il freezer aperto (di nuovo), adesso il secondo e il terzo ripiano sono saldati in un'unica lastra di ghiaccio, di cui potrai avere ragione solo prendendola a martellate. Dopo un pomeriggio di piccone e l'allagamento dello stanzino ti sentirai come Elsa di Frozen, ma assai meno tricologicamente esuberante.

Quando pensi che sia finita, scopri che le due figlie più piccole hanno i pidocchi, e passi quel che resta della mattina a frizionare cuoi capelluti con lozioni untuose e maleodoranti, e a sfilare uova con le forbicine che avevi comprato per la manicure, finché ti viene l'irresistibile tentazione di comprare la macchinetta e rasarle a zero come soldato Jane in missione, giusto per star tranquilli.


Halloween si avvicina, e fioccano gli inviti a pizzate e festicciole macabre per tutta la famiglia, a te tocca sempre preparare la focaccia e non sai cosa daresti, per una volta, per essere quella che porta i piatti e i bicchieri di plastica. Anche se odi la festa pagana con tutte le tue forze, ti rincuora il fatto che al momento sia l'unica prova costume che passeresti senza difficoltà.

Intanto è ora di cena, le tue figlie avvertono i morsi della fame e minacciano di addentare le gambe del tavolo se non provvedi immediatamente, tu hai un frigo così vuoto che se parli fa l'eco. Allora scendi in tuta, senza pettinarti, a comprare qualcosa di pronto consumo e per strada incontri il direttore del personale della tua azienda, a spasso con la moglie, tutti e due in tiro per l'aperitivo e lei ti guarda come fossi il bidone della differenziata.

Nel frattempo scopri che la cucina è piena di cocci di vetro, a tua figlia maggiore è caduta la brocca di cristallo della tua lista nozze, roba che per riaverla ti toccherebbe risposarti, ammesso di trovare tuo marito nuovamente consenziente.

Risali e metti l'acqua della pasta, poi ti accorgi che ti manca il sale, tenti di convincere tuo marito ad andare al supermercato sotto casa, quello costoso come il bistrot di Carlo Cracco. In cambio gli prometti manicaretti che non sarai mai in grado di fare, lui lo sa già, ma finge di crederti. Dopo 45 minuti, quando quasi tutta l'acqua nella pentola è evaporata, lui torna a casa con:
2 pacchi di patatine da 300 gr
6 gazzose
1 pacco di merendine del Mulino bianco
2 confezioni di salame già affettato.

"e il sale?""Quale sale?"

quando finalmente riesci a scolare la pastasciutta,

  • tua figlia grande ti ricorda che ha eliminato i carboidrati, 
  • un'altra tua figlia è sazia perché ha mangiato quasi tutto il salame e le patatine, 
  • la più piccola si è addormentata, 
  • e tuo marito propone allegramente di ordinare le pizze d'asporto.


E intanto tu continui a raccogliere cocci di vetro, ti dici:
mai più caraffe di cristallo, d'ora in poi solo plastica
il rischio seconde nozze è scongiurato, tuo marito può stare tranquillo.

Ok, fermati un attimo. Respira.


"i fedeli laici devono guardare alla vita quotidiana come occasione di unione con Dio e compimento della sua volontà e anche di servizio agli altri (1)" 


lo sapevo che nella vita c'era il doppio fondo, come nelle valige nei film di 007. Il primo è quello normale, quello che tutti vedono, fatto di fatica, stanchezza, problemi piccoli e grandi, malattie esantematiche, pidocchi, ricerche di scienze impossibili e cene da preparare in meno di quindici minuti. Però a cercare bene c'è anche il doppio fondo, quello nascosto, più profondo, quello in cui si conservano le cose preziose.

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E quindi c'è un senso più profondo che dà a tutto una diversa prospettiva, quella del dono, del servizio, dell'amore per gli altri, per i nostri figli anche quando sono noiosi, per i nostri mariti anche quando sono inconcludenti, per noi stesse, anche quando a furia di correre rischiamo quasi di dimenticare quello che vorremmo essere e ci limitiamo ad essere quelle che siamo, trascinando una valigia piena di tante cose e di una immensa grazia.

(1) Dio Padre. Le parole chiave nel magistero di Giovanni Paolo II Edizioni Studio Domenicano pag 91


venerdì 13 ottobre 2017

Ti stimo, fratella!

Ti vedo entrare, spaesata, nel negozio, con il passeggino e un marmocchio che un attimo prima sembrava in coma irreversibile e un attimo dopo comincia ad urlare come se avesse bisogno di un esorcista.


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Avanzi a fatica fra le piramidi di profumi, gli stand con le magliette, in questi corridoi microscopici dei negozi, fingendo di ignorare le sciurette in capelli cotonati, micro borsetta a mano che fulminano te e rivolgono uno sguardo misto di pena e disgusto a tuo figlio, che chissà perché in pubblico ha sempre il moccio al naso, le scarpe slacciate, la maglia macchiata, e dire che porca miseria l’avevi controllato prima di uscire, non sembrava avere patacche e invece adesso sembra il bambino più sciatto del reame. 

Tu gli fai onore: hai i capelli crespi e la ricrescita, le mani non parliamone e ti sei messa il cappotto sui pantaloni della tuta passe-partout, il must del tuo autunno-inverno, che usi indifferentemente come pigiama, outfit da casa, e nelle emergenze anche per uscire, quando persino mettersi in jeans impatta sull'economia della giornata. 

Lo shopping non ti ricordi manco cosa sia, sei uscita spinta dal bisogno, ora che persino l’elastico delle tue ultime mutande ha mollato il colpo, hai trascinato il bambino fuori con te per ridurre i sensi di colpa e pure il carico su nonna o tata, a cui ne hai lasciati altri due o tre. 

Che ne sanno di te queste shoppingholic, queste che comprano cianfrusaglie per hobby e hanno le mutande in tutte le gradazioni pastello e tutte abbinate col rispettivo reggiseno? Non possono giudicare perché non sanno che hai sulle spalle 45 o più ore lavorative settimanali e una media di quattro ore di sonno per notte.


Non sanno che hai cose da fare: lavorare, fare la spesa, ingegnarsi di preparare un pasto completo in un quarto d'ora o meno, far fare i compiti, cambiare i pannolini, prendere i figli dallo sport e in tutto questo sforzarsi di evitare il colpo di sonno, per lo meno mentre sei alla guida, perlomeno mentre il tuo capo ti parla, e annotarti mentalmente che ti servono nuove mutande, a tuo figlio una nuova felpa senza patacche e in definitiva una nuova vita, dove ci sia tempo per fare tutto magari anche con calma. 

Sappi che non ti giudico, io ti capisco, fratella, ci riconosciamo a prima vista, noialtre che non siamo come le altre, noialtre che abbiamo tutte avuto uno o più figli che non dormivano una notte intera, mi sembra quasi che ci somigliamo, la tua macchia di grasso sulla manica ha quasi la forma della mia macchia di sugo all'interno dei pantaloni.

Siamo gemelle siamesi e combattenti per la stessa causa, per lo stesso esercito e con le stesse armi, noi che vorremmo pregare e invece ci addormentiamo, tentiamo di leggere un libro e ci addormentiamo, vorremmo coltivare hobby, ma il poco tempo libero, quando lo troviamo, lo passiamo generalmente dormendo, spesso ancora vestite e raggomitolate in posti improbabili, e tuttavia siamo certe esserci scelta la parte della barricata utile, quella più giusta, anche se non sempre la più comoda e asciutta.

Anche se non capiamo un'acca di finanza, ci pare di aver fatto un buon affare, certo, è un investimento di lungo termine, una specie di mutuo trentennale, ma il nostro tesoro ce lo scarrozziamo in giro, senza bisogno di cassaforte, e con un'ugola che rende superfluo anche l'antifurto.

La nostra stanchezza non somiglia a quella di gran parte del resto del mondo, che pure non si riposa mai: ha sempre qualcosa da fare, da comprare, un posto in cui andare e qualcosa da consumare. 

"Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? (…) Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.” (Matteo 6, 25 e seguenti).

noi, fra una pappa e una riunione, fra un viaggio di lavoro e un ciclo colorato a 40 C, speriamo nel vero riposo cristiano: 

«Venite a me quando siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28)

Coraggio, fratella, io ti stimo!

venerdì 6 ottobre 2017

Il profilo twitter di Yoko Ono, la vedova di John Lennon, è accattivante, pieno dei suoi disegni, di foto, di canzoni di John, aggiornato con una frequenza che mi suscita una bonaria invidia. Sarebbe bello essere così mediaticamente esuberante, così varia e colorita. Eppure, fra le frasi di Yoko, qualche giorno fa è comparsa questa:


"Heaven is what we create together on Earth*."

*il paradiso è quello che creiamo insieme sulla terra


seguito da una pioggia di like, cuoricini e una marea di commenti, in massima parte entusiastici. Post come questi mi disturbano. Mi fanno venire voglia di visitare una cattedrale gotica, di adottare un olivo, di fare qualcosa di durevole che mi ricordi - caso mai ce ne fosse bisogno - che siamo piccoli, piccolissimi, poco più che granelli di sabbia, creature fragili che tirano avanti alla meglio, figuriamoci se possiamo pensare di creare il paradiso sulla terra, con le nostre mani, le nostre teste e i nostri passi malfermi. 

Perché un paradiso fatto così non potrebbe che riflettere i nostri limiti e le nostre debolezze, mentre abbiamo dentro di noi un anelito di infinito  che ci può salvare, un desiderio di tendere all'eterno. Certo, questo desiderio deve fare i conti con i limitati mezzi di cui disponiamo per realizzarlo, però è dentro di noi, e in certi momenti, quando tutto il resto sembra perso, è ciò che ci dà la forza di alzarci ogni giorno e di continuare a lottare, prima di tutto contro noi stessi. 

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Possiamo spendere una vita intera per cercare di perfezionare questa ricerca del Bene, questo desiderio di infinito, questo sogno del paradiso perduto che sempre ci accompagna, almeno da quando Eva barattò tutto l’eden per una sola mela stark delicious (vabbè che la frutta biologica costa una fortuna). Pensare che sia tutto qui, che non ci sia nulla che ci trascende, nulla a cui tendere, che il massimo sia quello che possiamo costruire noi sulla terra, è una prospettiva così limitante da mettere addosso tristezza e disperazione sconfinata anche al più ottimista del mondo. 

Mi spiace, Yoko, mi sei anche simpatica, ma come diceva la pubblicità di una banca qualche tempo fa, il mio paradiso è differente.

venerdì 29 settembre 2017

Il triste mercato della maternità moderna - Convegno di bioetica a Milano

Il convegno cominciava alle tre, e alle 2 e trentadue stavo ancora cercando parcheggio. Scarpe col tacco nella borsa, sostituite dalle ballerine da combattimento, poi cinque fermate di metropolitana e la solita corsa a perdifiato fino alla Biblioteca Ambrosiana, in una Milano insolitamente calda ed assolata per un pomeriggio di fine settembre. Sono arrivata trafelatissima e ovviamente in ritardo di quindici minuti, come al solito. Per fortuna il Santo protettore delle ritardatarie croniche mi protegge costantemente, e per quanto fossi praticamente l'ultima, il convegno non era ancora cominciato ed io ho trovato posto addirittura in seconda fila.




I relatori rappresentavano una pluralità di punti di vista: medico, politico, economico, religioso, fornendo informazioni e spunti di riflessione sul mondo, quello della fecondazione assistita, con tutte le sue implicazioni bioetiche, moderatrice del dibattito Laura Gotti Tedeschi, in evidente attesa: mi è sembrato di ottimo auspicio. 


Josephine Quintavalle – Fondatrice e direttrice di CORE, l’associazione inglese che da anni promuove il dibattito su questi temi di bioetica, ha rivelato che l'opinione pubblica, ed in particolare le donne, hanno poche informazioni e confuse sul tema della fertilità,  e dello sfruttamento di mamme e bambini già in atto. La fecondazione assistita in certi paesi permette atrocità come la produzione di figli su ordinazione, nuove forme di schiavitù ai danni di donne giovani, prive di tutele legislative ed economicamente svantaggiate, usate come produttrici di ovuli, embrioni, e come incubatrici di figli destinati ad altri: genitori single, al di fuori dei limiti anagrafici o biologici per diventarlo, non in grado di offrire al figlio una vita normale.

Il prof Bruno Monegazza, ginecologo e ricercatore, ha infatti condiviso una recente indagine, che mostra che solo il 33% delle donne adulte sanno realmente come funziona la fisiologia della riproduzione, percentuale che scende al 13% fra le giovanissime. Meno conoscenza equivale a impossibilità di fare scelte consapevoli. Anche le informazioni sulla reale azione farmacologica delle pillole post coitali (pillola del giorno dopo e dei cinque giorni dopo) sono ambigue: ufficialmente indicate come inibitrici della ovulazione, hanno in realtà azione abortiva, impedendo la sopravvivenza dell'embrione. Meno ancora si sa su ciò che avviene con la fecondazione assistita. L'ovaio è stimolato a produrre moti ovociti, che fecondati daranno origine a molti embrioni. Non tutti gli embrioni diventeranno bambini: gli embrioni in eccesso vengono congelati, procedimento a cui uno su quattro non sopravvive. Quelli destinati all’impianto nel grembo della mamma sono sottoposti a diagnosi genetica: se a rischio di sviluppare patologie come il cancro al seno e all'intestino vengono distrutti, sebbene la predisposizione genetica non implichi necessariamente lo sviluppo del cancro. 

In base a questa pratica, Angelina Jolie non sarebbe mai dovuta nascere! (lo so cosa state pensando: che allora Brad Pitt sarebbe libero, ma comunque non riusciremmo a raggiungerlo: Ryan air è sull'orlo del fallimento)



Senza una adeguata cornice legislativa e presa di coscienza civile, i bambini di domani potrebbero avere tre o quattro genitori, anche dello stesso sesso, essere stati selezionati in base al sesso o altre caratteristiche genetiche, essere sopravvissuti all'aborto selettivo, in nome di quello che Ettore Gotti Tedeschi ha definito il "bio-diritto", ovvero il prevalere di norme ed orientamenti di enti e governi internazionali (OMS, ONU) sulle questioni bioetiche. Secondo Gotti Tedeschi in occidente prolifera una cultura anti-uomo: una distorta interpretazione ambientalista e neo-malthusiana, che vede nel genere umano il nemico della natura, preoccupata che la crescita demografica umana minacci l’equilibrio del pianeta. La conseguenza di questi condizionamenti ha portato al calo demografico dei paesi occidentali, che porta al paradosso moderno del sesso senza procreazione, e della procreazione senza sesso

Eugenia Roccella ha spiegato che la politica non riesce a invertire la tendenza alla denatalità, nemmeno in paesi come la Francia e la Germania, che hanno politiche di welfare molto decise per sostenere le famiglie. Si è indebolito il desiderio di maternità, privato del suo valore sociale, e l’identità di genere, con uomini che hanno perso la dimensione della protezione, e donne quella della cura. 

Mons. Luigi Negri – Arcivescovo di Ferrara-Comacchio ha chiuso il dibattito, ricordando a tutti che l’antropologia cristiana si basa sulla gratuità, sul dono della vita, che non è un bene di consumo o un oggetto di trattativa. L’Arcivescovo ha ribadito la necessità del recupero del ruolo dell’uomo come “padrone del creato” come ricordato nell’Evangelium vitae.

lunedì 18 settembre 2017

I super-genitori e l'anti-famiglia



Tutte le sere percorro in macchina più o meno la stessa strada, una lunga teoria di code al semaforo su una strada quasi in rettilineo. La faccio col pilota automatico, e intanto inseguo pensierini serali: se ho ancora una scatoletta di tonno, per cena stasera faccio la pasta, Celeste deve ripassare i verbi francesi per il test d’ingresso, devo ricordarmi di comprare il detersivo per il bucato. Mentre spunto la mia lista quotidiana di incastri esistenziali, la radio passa uno spot che per un attimo mi folgora. È la pubblicità di Fastweb e Sky per la nuova fibra, in cui una “super -mamma” torna a casa la sera e trova una figlia intenta a chattare, un figlio che fa i videogiochi e un super-marito che si dedica al calcio televisivo. La super-mamma non batte ciglio, anzi, con la massima disinvoltura annuncia che allora sarà libera di ritagliarsi uno spazio tutto per sé, guardando un film.
Intendiamoci: il mio sogno erotico più inconfessabile è indossare il mio miglior pigiama, stendermi languidamente sul divano e guardare film melensi, divorando cibo spazzatura e semplicemente dimenticandomi di avere figli, marito, cena da preparare, compiti da correggere e lavastoviglie da caricare o scaricare. Ci tengo a dirlo per non passare da moralista ipocrita: chi di voi mamme non ha mai sognato una serata così, scagli il primo anatema.
E confesso di aver trasmesso a ripetizione il CD degli Incredibili, appena ho capito che mi permetteva di sdoganare la “serata avanzi” facendola passare per una cena da super-eroi. Lo so che noi mamme siamo indaffaratissime, che in un solo pomeriggio possiamo riuscire ad incastrare anche tre o quattro impegni, a patto di non badare a sottigliezze superflue come la puntualità, o il trovare un parcheggio che non sia in divieto. E lo so che ci venderemmo un pezzo di fegato, per quanto ormai non più in così buone condizioni, per avere un po’ di tempo libero. Ma quella descritta dalla pubblicità è un’anti-famiglia, un luogo in cui convivono persone che sembrano avere in comune solo la prossimità fisica, troppo impegnate a farsi ciascuno i fatti propri per riconoscere il bisogno di stare coi propri cari, di ritrovarsi insieme dopo una giornata di studio o di lavoro, di condividere le loro vite. Non mi meraviglio che la pubblicità dipinga questa anti-famiglia e la beatifichi: è un cliente dai multiformi bisogni, a cui vendere a caro prezzo una marea di servizi, affamata di isolamento e relax e desiderosa di fuggire dalle responsabilità e dalle fatiche della vita quotidiana.
Il Papa ha sempre ragione, specie quando dice:
i legami coniugali e familiari sono in molti modi messi alla prova. L’affermarsi di una cultura che esalta l’individualismo narcisista, una concezione della libertà sganciata dalla responsabilità per l’altro (1)
I “super” genitori, nella pubblicità come nella vita reale, sembrano sin troppo ansiosi di derogare al loro ruolo di educatori e di presenze vigili, e preferiscono attività gratificanti e solitarie, lasciando allegramente i figli privi di qualunque guida, in balia di baby sitter “digitali” divertenti ed anaffettive. Ed è in questo prefisso “super” che sta il grande malinteso di tante famiglie di oggi: l’idea che fare tanto sia di per sé un valore, che si compensi la mancanza di qualità con la quantità di cose affrontate nel corso della giornata, che questo essere indaffarati ci permetta di auto-assolverci, perché tanto, “più di così” cosa volevi fare? La ricetta per mamme “non super” in due mosse facili e veloci dovrebbe essere separare ciò che è veramente buono ed utile per la famiglia dal rumore di fondo. E lo so che in linea di principio tutto quello che facciamo ci sembra indispensabile, anzi, se potessimo, avremmo una lista di cose bella lunga da aggiungere alle fatiche quotidiane, dobbiamo però fare questo fondamentale esercizio di auto-disciplina. In tutto questo agitarsi perdiamo il nostro scopo, che è trasmettere ai nostri figli dei valori, non per sms o installandogli qualche magica app nel cervello, sebbene un’app per riordinare le camerette senza fatica, se esistesse, l’accoglierei subito e volentieri. I figli dobbiamo educarli alla vecchia maniera: parlando con loro e dando loro l’esempio, dribblando i capricci, riuscendo con fatica a farsi ascoltare e, se sono adolescenti verbosi, affrontando la loro dialettica e i loro neuroni giovani e scoppiettanti.
Questo metodo, anche se vintage, rimane sempre attuale e intramontabile, più o meno come le décolleté di vernice e il girocollo di perle.
E’ inutile prendersela coi massimi sistemi, coi governi e coi progetti culturali e sociologici che non promuovono la famiglia, se noi per primi non riusciamo a mettere da parte la nostra comodità e spenderci per i figli, e anche per il marito e la moglie. Per educare i figli dobbiamo prima di tutto educare noi stessi.
Per essere mamme davvero “super” facciamo meno. E facciamolo meglio.
 1 http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/10/28/news/rivoluzione-si-ma-intanto-francesco-condanna-le-ideologie-anti-famiglia-105930/

mercoledì 6 settembre 2017

NUDI&CRUDI?

Ecco il triste bottino di un tardo pomeriggio in Corso Buenos Aires a Milano. Ero di ritorno da una conferenza e tutti o quasi i negozi, qualunque fosse il tipo di articoli venduti, esponeva cartelloni con donne poco vestite, talvolta in pose ammiccanti o ambigue. Armata di telefono ho fotografato vetrine, mi sono intrufolata nei negozi, ho aggirato la diffidenza delle commesse fingendomi straniera (nù vol-au-vent savuar...) ed et voilà... le donne della pubblicità stanno nude e crude davanti all'obiettivo, come quarti di bue e cosce di pollo dietro al banco frigo dei supermercati.

Ed ecco, avete visto che belle scarpe? Come sarebbe "quali scarpe?"



Senza la mia collana mi sento nuda... senza il reggiseno no!


"l'accappatoio che acchiappa..."


Trova l'errore. O la barretta. O tutti e due!


ma se il nudo è integrale, il profumo è bio?


 Una immagine calzante?


 Masha e Orso versione hard core?


E lo so che qualcuno potrebbe pensare che la mia sia solo invidia, perché un fisico da cartellone pubblicitario io non lo ho. Lo ammetto senza difficoltà: pancia piatta e vita stretta sono caratteristiche così lontane nel tempo che neanche me ne ricordo, dopo tre gravidanze e l'avanzata implacabile della mezza età, ma di qui ad invidiare le testimonial...

L'eclisse del pudore è tutt'altro che un neutro segno dei tempi. Al contrario è una perdita grave perchè il pudore:
                      "È una difesa naturale della persona che protegge la
                        propria interiorità ed evita di trasformarsi in un
                        puro oggetto.(1)"

Il corpo, nudo e crudo, viene associato ad un bene di consumo, quasi che fosse anch'esso un prodotto, senza alcun pudore, senza alcuna discrezione, come fosse un pezzo di carne privo di umanità, di anima, di valore, come non fosse parte di una persona, ma solo un involucro, un oggetto materiale di piacevole aspetto, che si può desiderare di possedere, come il profumo, le scarpe o i vestiti a cui lo si accosta, necessario per soddisfare un proprio bisogno, o magari solo un capriccio.

Non importa che le immagini siano patinate, bellissime e glamorous, firmate magari da fotografi o agenzie famose, la questione non è estetica, ma etica. Questa oggettivazione è pericolosa perchè svaluta la potenzialità enorme delle donne, e riduce la femminilità al solo aspetto superficiale, esteriore e contingente:

"La donna è diventata solo una merce che si può comperare, consumare per poi liberarsene come un qualsiasi oggetto “usa e getta”. Troppo spesso è considerata solo per la bellezza e  l’aspetto esteriore del suo corpo e non invece per la ricchezza dei suoi valori veri di intelligenza e di bellezza interiore per la sua capacità di accoglienza, intuizione, donazione e servizio, per la sua genialità nel trasmettere l’amore, la pace e l’armonia, nonché nel dare e far crescere la vita. (2)"

come madre di tre figlie non posso che esserne preoccupata, ma sarei altrettanto preoccupata anche se avessi dei figli maschi. Perchè questa deriva materialista e consumistica del rapporto fra i sessi, danneggia il rapporto d'amore che unisce uomo e donna e li completa (3).

In questo contesto la sessualità:
"cessa di essere via di intima comunione tra l'uomo e la donna e deborda dal proprio ambito naturale, dilaga ovunque appiattendosi nelle sue espressioni materiali, volgarizzate dall'esplosione dell'erotismo nei media. Di qui (...) lo sviluppo di una sessualità "di consumo" (...), riducendo tutto ad una prestazione produttivistico-consumistica utile ad incrementare il mercato del sesso. (4)"

Mi piacerebbe che le pubblicità di scarpe mostrassero le scarpe, che quelle di gioielli mostrassero gioielli e quelle dei profumi delle bottiglie di vetro. Non sempre e solo donne nude e disponibili.

(1) F Bergoglio Amoris laetitia 282
(2) http://www.famigliacristiana.it/blogpost/la-donna-nei-mezzi-di-informazione.aspx
(3) https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1995/documents/hf_jp-ii_let_29061995_women.html
(4) https://www.cittanuova.it/cn-download/10872/10873